INFORMAZIONI GENERALI SUI PRODOTTI

INFORMAZIONI GENERALI SUI PRODOTTI

Storia che ha portato ai Disciplinari di produzione

Nel secondo dopoguerra il consumatore aveva difficoltà nel distinguere tra un prodotto
originale e un prodotto copiato a causa della confusione che vigeva nel settore caseario, in quanto non erano ancora in vigore delle linee guida ufficiali. Questo portò alla produzione di formaggi commercializzati con lo stesso nome, ma ottenuti con tecniche diverse, con diverse caratteristiche merceologiche anche nelle stesse zone di produzione.

Convenzione di Stresa del 1951
A fare ordine nel settore lattiero caseario arrivò il documento firmato dall’Italia
Austria, Belgio, Francia, Olanda e Svizzera (Danimarca, Norvegia, Svezia: prima firmano e poi recederono) durante la Convenzione di Stresa del 1951, “Convenzione internazionale sull’uso delle designazioni d’origine e delle denominazioni dei formaggi”.
Queste Nazioni con questo documento riconobbero la necessità di cooperare e di disciplinare lealmente le designazioni d’origine dei formaggi e le loro caratteristiche al fine di proteggerne le peculiarità originarie e fornissero maggiori “informazioni ai consumatori.” sull’origine dei prodotti.
Stabilirono quindi che i formaggi che seguivano:
1) un processo di produzione di “tipo tradizionale”, osservando cioè usi locali
, leali e costanti, in zone di produzione geograficamente delimitate, di cui il prodotto è originario, dalle quali traggono le loro qualità, caratteristiche e dove sono svolte tutte le fasi di produzione, sono svolte, vengono sottoposti a regime di tutela con la “denominazione di origine”;
2) un processo di produzione di “tipo tradizionale”, osservando cioè usi locali, leali e costanti in zone geografiche geograficamente delimitate, di cui il prodotto è originario,
dalle quali derivano le sue peculiarità e dove si svolge il processo di produzione per almeno una delle sue fasi,
possono essere sottoposti a “denominazioni tipiche”.
L’Italia recepì i termini stabiliti dalla Convenzione di Stresa, attraverso il
DPR 18 novembre 1953, n. 1099, che costituì la base della legge 10 aprile 1954, n.125, promulgata dal Presidente Einaudi, per la: “Tutela delle denominazioni di origine e tipiche dei formaggi”.
Successivamente, con il DPR 5 agosto 1955, n.667, si emanava regolamento di applicazione e, con il DPR 30 ottobre 1955, n. 1269, si riconoscevano gli standard di produzione dei primi 6 formaggi a denominazione di origine: Fontina, Gorgonzola, Grana Padano, Parmigiano Reggiano, Pecorino Romano, Pecorino Siciliano; e altri 8 con denominazione tipica: Asiago, Caciocavallo (diveniva poi Caciocavallo Silano), Fiore Sardo, Montasio, Pressato, Provolone, Ragusano e Taleggio. 

Regolamento CEE 2081/1992
L’estensione delle leggi promulgate a seguito del convegno di Stresa del 1951 relativo alla protezione delle indicazioni geografi che e delle denominazioni di origine dei prodotti agricoli ed alimentari estese il regime di protezione ai territori dei 12 Paesi della Comunità Economica Europea, con il regolamento CEE n. 2081/92 del Consiglio del 14 luglio 1992.
Il Consiglio della CEE, prese atto dell’importanza sociale ed economica delle produzioni agricole e orientava la seguente norma alla:
1) la diversificazione delle produzioni e il miglioramento del reddito degli agricoltori;
2) la valorizzazione della scelta qualitativa anziché quantitativa;
3) maggiori informazioni al consumatore sull’origine dei prodotti;
4) l’ armonizzazione dell’etichettatura.
L’allora CEE con la seguente norma prese atto dell’affermazione sul mercato dei prodotti sottoposti a “denominazione di origine protetta (DOP)” e di “indicazione geografica protetta” (IGP), ne disciplinava e uniformava le procedure di registrazione dei prodotti
e, nel contempo, sanciva la necessità del nesso prodotto-origine geografica, imponendo la stesura e l’approvazione del disciplinare di produzione per l’ottenimento della registrazione comunitaria.
Evocava, infine, per i Paesi Terzi, l’opportunità di avere garanzie equivalenti nei loro territori. Tale desiderio, però, restava tra gli obiettivi da raggiungere.
Tale norma ha comunque ribadito i particolari fattori naturali e umani; i metodi locali, leali e costanti; i legami fra la qualità, l’ambiente e l’origine geografica e si poneva come obiettivi:
a) la giusta remunerazione per la qualità dei prodotti;
b) garantire una protezione uniforme dei nomi in quanto diritto di proprietà intellettuale sul territorio UE;
c) fornire ai consumatori informazioni chiare sul valore aggiunto di tali produzioni.


A seguito del Regolamento CEE 2081/1992 sia all’interno che all’esterno della Comunità Europea, si manifestarono differenti punti di vista sui:
diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio;
e alla necessità di aprire il sistema delle registrazioni ai prodotti dei Paesi Terzi che avessero già ottenuto il riconoscimento nei loro Paesi di origine. Allo scopo provvedeva, il Reg. 510/2006, che comprendeva anche le disposizioni relative all’esistenza, all’acquisizione, alla portata, al mantenimento dei diritti di proprietà intellettuale nonché ai mezzi per farli rispettare. Si acquisì consapevolezza della reciprocità degli interessi, tra i Paesi membri e i Paesi terzi.
Il collasso dei negoziati multilaterali del WTO (World Trade Organisation- Organizzazione del Commercio Mondiale) portò la vasta tematica della protezione dei prodotti DOP&IGP e delle “indicazioni geografiche (IG)” direttamente nei negoziati per gli scambi commerciali previsti dai trattati bilaterali tra l’Unione Europea e i singoli Paesi terzi.
Con il Regolamento (UE) n.1151/2012, detto anche “Pacchetto Qualità”, si innova e si completa la tutela del vasto patrimonio culturale ed enogastronomico delle produzioni agroalimentari dei 28 Paesi Membri dell’Unione Europea, mantenendo e migliorando l’accessibilità al sistema dei Paesi terzi. 
Il regolamento, estendere la protezione delle DOP e IGP al livello dell’ Organizzazione Mondiale del Commercio.
Si pose l’attenzione:
1) al benessere animale correlato al disciplinare di produzione;
2) alle particolari attenzioni poste al “consumatore” in merito alle informazioni sul prodotto e alla consapevolezza degli acquisti;
3) la maggiore trasparenza negli atti di registrazione a favore dei consumatori e degli operatori di settore;
4) i chiarimenti tra DOP e IGP e le proprietà intellettuali industriali (art.14 e 15);
5) il Titolo III, orientato alla valorizzazione delle produzioni STG (specialità tradizionali garantite);
6) il Titolo V, diretto al potenziamento e alla trasparenza dei controlli.
7) Istituzione dei Prodotti di Montagna

Tra i 59 articoli dell’intero regolamento, per le sensibilità lattiero casearie italiane, il comma 3 dell’art. 13 risulta particolarmente importante, in quanto impone agli Stati membri di adottare le misure amministrative e giudiziarie adeguate per prevenire o far cessare l’uso illecito delle denominazioni di origine protette e delle indicazioni geografiche protette, siano esse prodotte o solamente commercializzate in tale Stato membro.

Il 3 gennaio 2013 è entrato in vigore il regolamento (UE) n. 1151/2012, che disciplina i regimi di qualità dei prodotti agricoli e alimentari, all’interno dell’Unione Europea, che si si pone l’obiettivo di fornire un quadro legislativo comune e coerente riguardanti le denominazioni di origine protette, le indicazioni di origine protette, le specialità tradizionali garantite e le indicazioni facoltative di qualità. Queste certificazioni e indicazioni, conferiscono valore aggiunto ai prodotti agricoli.
Il regolamento (UE) n. 1151/2012 rientra nell’ambito del “Pacchetto Qualità”, proposto dalla Commissione europea alla fine del 2010 allo scopo di definire una politica di qualità dei prodotti agricoli più coerente e finalizzata ad aiutare gli agricoltori a comunicare meglio il valore aggiunto dei propri prodotti. Oltre al regolamento sopra citato, fanno parte del “Pacchetto Qualità” anche una proposta sulle norme di commercializzazione, volta a facilitare le modifiche della Commissione alle attuali norme di commercializzazione e di etichettatura d’origine, e una serie di orientamenti sulle buone pratiche applicabili ai sistemi di certificazione volontaria e all’etichettatura dei prodotti che utilizzano indicazioni geografiche protette come ingredienti.
Il Regolamento definisce le Denominazioni di Origine Protette (D.O.P.) e Indicazioni Geografiche Protette (I.G.P.).
Un prodotto può essere identificabile come D.O.P. solamente se:
1) è originario di un luogo, regione o, in casi eccezionali, di un paese determinati;
2) la sua qualità o le sue caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente ad un particolare
3) ambiente geografico ed ai suoi intrinseci fattori naturali e umani;
4) le fasi di produzione si svolgono nella zona geografica delimitata.
(In deroga, taluni nomi possono essere equiparati a D.O.P. anche se le materie prime di cui sono fatti provengono da una zona geografica più ampia della zona geografica delimitata, purché tali denominazioni siano state riconosciute nel paese di origine anteriormente al primo maggio 2004.
Inoltre la zona di produzione delle materie prime deve essere delimitata e devono sussistere condizioni particolari per la produzione delle materie prime effettivamente controllate. La deroga si applica solamente nel caso in cui le materie prime consistano animali vivi, le carni e il latte.)
Invece un prodotto può ottenere l’I.G.P. solamente se:
1) è originario di un determinato luogo, regione o paese;
2 )alla sua origine geografica sono essenzialmente attribuibili una data qualità, la reputazione o altre caratteristiche;
3) la produzione si svolge per almeno una delle sue fasi nella zona geografica delimitata.
Una D.O.P. o una I.G.P. deve rispettare un disciplinare, che deve contenere almeno i seguenti elementi:
1)il nome da proteggere come D.O.P. o I.G.P., il quale non può essere troppo generico o (in tutto o in parte) 2) omonimo di un nome già iscritto nel registro e non deve indurre in errore il consumatore quanto alla vera identità del prodotto;
3) la descrizione del prodotto, comprese se del caso le materie prime, nonché le principali caratteristiche fisiche, chimiche, microbiologiche od organolettiche del prodotto;
4)la definizione della zona geografica delimitata;
5) gli elementi che dimostrano che il prodotto è originario della zona geografica delimitata;
6) la descrizione del metodo di ottenimento del prodotto e, se del caso, del confezionamento;
7) gli elementi che stabiliscono il legame fra la qualità o le caratteristiche del prodotto e l’ambiente geografico;
8) i dati delle autorità preposte alla verifica del rispetto del disciplinare.
9) qualsiasi regola specifica per l’etichettatura del prodotto in questione.

Specialità Tradizionali Garantite (S.T.G.)
Affinché un prodotto possa essere identificabile come Specialità Tradizionale Garantita (S.T.G.) esso deve essere ottenuto:
1)con un metodo di produzione, trasformazione o una composizione che corrispondono a una pratica tradizionale per tale prodotto o alimento;

2) da materie prime o ingredienti utilizzati tradizionalmente.
In tal caso, il nome che lo identifica, per essere registrato, deve essere stato utilizzato tradizionalmente in riferimento al prodotto specifico oppure deve individuare il carattere tradizionale o la specificità del prodotto.
Come per le D.O.P. e le I.G.P., una specialità tradizionale garantita deve rispettare un disciplinare, che comprende il nome e la descrizione del prodotto, la descrizione del metodo di produzione che i produttori devono rispettare e gli elementi fondamentali che attestano il carattere tradizionale del prodotto.

La domanda di registrazione di una DOP o IGP o STG deve essere presentata al Ministero delle Politiche agricole alimentari, forestali e del turismo e alle Regioni o Provincie autonome nel cui territorio ricade la zona geografica delimitata, da parte di un’associazione di produttori o di trasformatori che trattano il medesimo prodotto.
La procedura di registrazione si conclude positivamente con l’iscrizione della DOP o IGP o STG nel 
Registro europeo DOOR 

DG Agricoltura e Sviluppo rurale della Commissione europea:
http://ec.europa.eu/agriculture/index_it.htm
Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali: http://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/202

 

Con i marchi Dop, Igp e STG, l’Unione Europea identifica i prodotti agroalimentari che rappresentano l’eccellenza di ciascun territorio regionale appartenenti alle singole nazioni europee.
I numerosi
prodotti agricoli e alimentari posti sotto tutela, sono riuniti sotto dei marchi che rappresentano la combinazione esistente tra i fattori umani e ambientali di ogni territorio e il legame esistente tra la qualità, le caratteristiche e l’origine geografica degli alimenti, come previsto per i marchi DOP e IGP o per gli elementi tradizionali che li caratterizzano, come previsto per il marchio STG, che rappresentano la miglior espressione della qualità, dei saperi, della tradizione di un determinato territorio.
Per questo motivo l'Unione europea detta regole precise per la loro salvaguardia, prevedendo l'istituzione di appositi regimi normativi di qualità, a tutela della buona fede dei consumatori e con lo scopo di dotare i produttori di strumenti concreti per identificare e promuovere meglio prodotti aventi caratteristiche specifiche, nonché proteggerli da pratiche sleali.

Solo quelle produzioni che dimostrano una tradizione produttiva consolidata e codificata, un legame inscindibile con il territorio di provenienza, un tessuto socio-imprenditoriale adeguato e che riescono a raggiungere elevati standard qualitativi, certificati da organismi terzi di controllo, possono aspirare ad ottenere e conservare l'ambito riconoscimento comunitario e l’ iscrizione al registro europeo dei prodotti Dop e Igp.
Nello specifico:

La denominazione di origine protetta (DOP) è il riconoscimento assegnato ai
prodotti agricoli alimentari originari di un determinato luogo, regione o paese e

la cui produzione, trasformazione ed elaborazione si svolgono nella zona geografica determinata
e le cui qualità o caratteristiche sono dovute essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico e dei suoi fattori intrinseci naturali e umani.
Coloro che producono i prodotti agroalimentari DOP, devono attenersi alle rigide regole stabilite dai disciplinari di produzione. Il rispetto di tali regole vengono garantite da uno specifico organismo di controllo. Con i prodotti a marchio DOP, il legame tra il territorio e la produzione è indissolubile. La produzione, trasformazione ed elaborazione deve eseguirsi all’interno dello stesso territorio.

La indicazione geografica protetta (IGP) è il riconoscimento assegnato ai
prodotti agricoli alimentari originari di un determinato luogo, regione o paese
di cui almeno una fase di produzione, trasformazione ed elaborazione avvengono nella zona geografica determinata e le cui qualità, la reputazione o un’altra caratteristica possono essere attribuite all’origine geografica comprensiva dei suoi fattori naturali e umani.
Coloro che producono i prodotti agroalimentari DOP, devono attenersi alle rigide regole stabilite dai disciplinari di produzione. Il rispetto di tali regole vengono garantite da uno specifico organismo di controllo.
Il marchio IGP, sottintende un legame tra il territorio e la zona geografica d’origine, ma con regole meno rigide e vincolanti del marchio DOP; infatti a differenza del DOP la produzione, trasformazione ed elaborazione si svolgono tutte nella zona geografica determinata, mentre per il marchio IGP è prevista anche solo una delle tre fasi nella zona geografica individuata.

La specialità tradizionale garantita (STG) è il riconoscimento assegnato ai
prodotti agricoli alimentari che identifica un prodotto o alimento ottenuto con un metodo di produzione, trasformazione o una composizione che corrispondono a una pratica tradizionale o da materie prime o ingredienti utilizzati tradizionalmente.
Questo marchio si rivolge a prodotti agricoli e alimentari che abbiano una specificità legata al metodo di produzione o alla composizione legata alla tradizione di una zona, ma che non vengano prodotti necessariamente solo in tale zona.
Conseguentemente, il marchio STG si riferisce non tanto a un luogo preciso di produzione, quanto a un prodotto ottenuto mediante materie prime legate alla tradizione.

Coloro che producono i prodotti agroalimentari STG, devono attenersi alle rigide regole stabilite dai disciplinari di produzione. Il rispetto di tali regole vengono garantite da uno specifico organismo di controllo.

 

 

Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT)
I prodotti agroalimentari tradizionali italiani si collocano al di fuori della normativa sulle attestazioni DOP, IGP e STG. Sono prodotti inseriti in un elenco predisposto dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MIPAAF) con la collaborazione delle regioni, dove il requisito fondamentale per essere riconosciuti come Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT) è che le metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura risultino consolidate nel tempo, omogenee nel territorio interessato ed eseguite secondo regole tradizionali per un periodo non inferiore ai venticinque anni.
I prodotti inseriti all’interno della lista PAT, sono dei veri e propri prodotti di nicchia;
espressione di una politica di qualità nel campo
agro-alimentare italiano che punta a valorizzare le piccole produzioni agricole, di allevamento e prodotti trasformati e preparati secondo tradizione in aree territoriali determinate e molto ristrette e legati ad un territorio da un forte legame.
Tali produzioni rappresentano una peculiarità appartenente ai piccoli territori dell’Italia, lontane dai processi di meccanicizzazione a favore di un prodotto che segue la tradizione culturale di quel determinato luogo d’origine e sia identitario dello stesso, limitato nelle quantità a favore della qualità.
I prodotti inseriti nella lista dei
Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT), inoltre rispecchiano le ritrovate esigenze e tendenze da parte sia dei consumatori, che ricercano i prodotti caratteristici di quel determinato luogo, che attraverso queste specialità culinarie incontrano le piccole e speciali produzioni dei produttori locali. I prodotti PAT sono contraddistinti da una specifica etichetta.
Queste motivazioni hanno portato
il MiPAAF a puntare sui settori di nicchia della tradizione del campo agroalimentare e di allevamento delle regioni italiane
valorizzandone i prodotti di antica tradizione enogastronomica di cui le regioni italiane sono ricchissime.

prodotti agroalimentari tradizionali italiani (PAT) sono prodotti inclusi in un apposito elenco, istituito dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali (MIPAAF) con la collaborazione delle Regioni. L'aggiornamento e la pubblicazione annuale dell'elenco sono a cura del Ministero che ha anche il compito di promuoverne la conoscenza a livello nazionale e all'estero.
La lista viene regolarmente aggiornata sulla base della compilazione di schede tecniche che identificano i nuovi prodotti, suddivisi per categoria:
«prodotti lattiero-caseari, prodotti a base di carne, prodotti ortofrutticoli e cereali, prodotti da forno e dolciari, bevande alcoliche, distillati».

 


Sono esaminate, per l’individuazione: la descrizione delle caratteristiche salienti, le metodologie della lavorazione, la conservazione, la stagionatura.
Il “sistema” dei prodotti tradizionali è previsto è regolamentato dal D.M. del 18 luglio 2000 pubblicato nel supplemento originario n. 130 della Gazzetta ufficiale n. 194 del 21 agosto 2000 “Elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali”, in attuazione al decreto ministeriale 8 settembre 1999, n. 350 con il quale è stato adottato il regolamento recante norme per l’individuazione dei prodotti nazionali di cui all’art. 8, comma 1 del decreto legislativo 30 aprile 1998, n. 173; Considerato che l’art. 3, comma 3 del predetto decreto ministeriale attribuisce al Ministero delle politiche agricole e forestali la cura della pubblicazione annuale dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali;
Il ministero, però, rinunciò a un ruolo attivo nell’iniziativa, delegando il compito alle Regioni e conservando solo un ruolo ufficiale.
Per prodotti tradizionali, si intendono quelle produzioni e beni agroalimentari a carattere di tipicità, con caratteristiche tradizionali, le cui procedure nelle metodiche di lavorazione, conservazione e stagionatura, risultano consolidate dal tempo.

 

 


PRESIDI SLOW FOOD

I Presìdi Slow Food sostengono le piccole produzioni tradizionali che rischiano di scomparire, valorizzano territori, recuperano antichi mestieri e tecniche di lavorazione, salvano dall’estinzione razze autoctone e varietà di ortaggi e frutta.
Nel 2008, a dieci anni dall’avvio del progetto, Slow Food Italia ha accolto una richiesta dei produttori: la creazione e l’assegnazione di un “contrassegno” di identificazione, tutela, valorizzazione da apporre sulle confezioni dei prodotti, che consenta ai consumatori di identificare i prodotti presidiati, tutelandosi dai falsi sempre più numerosi sul mercato.
Slow Food Italia ha registrato il marchio “Presìdi Slow Food”, corredandolo di un logo grafico nuovo (che non è quindi la chiocciola simbolo di Slow Food) e di un regolamento: saranno autorizzati ad utilizzare il nuovo logo solo i produttori che hanno sottoscritto il regolamento e la carta di utilizzo (in cui dichiarano di rispettare il disciplinare di produzione del proprio Presìdio).
Slow Food Italia oltre ad assegnare un contrassegno e mette a disposizione dei produttori i servizi di consulenza, comunicazione, assistenza tramite i suoi collaboratori sul territorio, i tecnici della Fondazione Slow Food per la Biodiversità Onlus e l’ufficio dei Presìdi presso la sede nazionale di Slow Food Italia.

Un presidio slow food tutela:
1) un prodotto tradizionale a rischio di estinzione (un prodotto dell’Arca);
2)una tecnica tradizionale a rischio di estinzione (di pesca, allevamento, trasformazione, coltivazione);
3) un paesaggio rurale o un ecosistema a rischio di estinzione.

Per avviare un presidio occorre verificare due aspetti:
1) la 
sostenibilità ambientale (il “pulito”, ovvero il rispetto della fertilità della terra e degli ecosistemi idrografici, l’esclusione delle sostanze chimiche di sintesi, il mantenimento delle pratiche tradizionali di coltivazione e gestione del territorio, …)
2) la 
sostenibilità sociale (il “giusto”: i produttori devono avere un ruolo attivo e una totale autonomia nella gestione dell’azienda, devono collaborare, decidere insieme le regole di produzione e le forme di promozione del prodotto, possibilmente riunendosi in organismi collettivi).
I 250 Presìdi italiani sono il risultato di un lavoro di dieci anni che ha affermato con forza valori fondamentali: la tutela della biodiversità, dei saperi produttivi tradizionali e dei territori, che oggi si uniscono all’impegno a stimolare nei produttori l’adozione di pratiche produttive sostenibili, pulite, e a sviluppare anche un approccio etico (giusto) al mercato.
I n concreto i Presìdi Slow Food:
1) hanno effettivamente contribuito a salvare numerose razze animali, specie vegetali, formaggi, pani e salumi che rischiavano l’estinzione;

  1. hanno aiutato centinaia di produttori affinché potessero proseguire la propria attività, favorendo il contatto tra consumatori interessati alla qualità e disponibili a pagare un prezzo equo e remunerativo;

3) hanno materialmente contribuito a dimostrare che un’altra agricoltura e un’altra produzione alimentare sono possibili;

4)sono un punto di riferimento per molti piccoli produttori e per molte comunità del cibo di tutto il mondo (anche al di fuori del “circuito Slow Food”)sono un modello anche per altri piccoli produttori con i quali oggi Slow Food lavora e collabora per impostare progetti legati non più solo all’eccellenza qualitativa, ma anche alla produzione per il consumo quotidiano;

  1. sono un bacino molto importante di saperi e esperienze, che i Presìdi mettono a disposizione di altri produttori tramite scambi e collaborazioni, costituendo pertanto alcuni dei nodi fondamentali della grande rete Slow Food.


 

Presidi slow food
La stessa strada, ma, se vogliamo, ancora più estrema per quanto riguarda i prodotti di nicchia, ha seguito l’associazione Slow Food, che concorre alla tutela e al rilancio di produzioni tradizionali, artigiane e a rischio di scomparsa. Si propone di far conoscere tutta una serie di produzioni minori, non industriali, che stanno ricevendo negli ultimi anni sempre maggiore attenzione da parte del consumatore, attraverso zone tutelate chiamate Presidio Slow Food.
I Presidi sostengono le piccole produzioni eccellenti che rischiano di scomparire, valorizzano territori, recuperano mestieri e tecniche di lavorazione tradizionali, salvano dall’estinzione razze autoctone e antiche varietà. I Presidi coinvolgono direttamente i produttori, offrono l’assistenza per migliorare la qualità dei prodotti, facilitano scambi fra Paesi diversi e cercano nuovi sbocchi di mercato (locali e internazionali).